Aglaia e le altre

ANGELA VERONESE

(Aglaia Anassilide)

 

Da: “Donne venete di Treviso, Padova e Venezia fra storia e leggenda” di Michela Brugnera e Gianfranco Siega, ed. Manuzio 2.0

Angela Veronese nacque a Biadene, una piacevole cittadina collocata fra Treviso e Possagno, il 20 dicembre 1779, da Pietro Rinaldo, di professione giardiniere e da Lucia, figlia di un fabbro.

La modesta casa nella quale venne alla luce, vicinissima ad altre tutte abitate da parenti, era circondata da piante di frutta e da un ruscelletto ed era di proprietà di un certo Bassanini, tipografo, molto amico dei Veronese che, ogni volta che andava a trovarli o per ritirare la pigione o per stare in buona compagnia, portava in dono stampe e libri a tutti i componenti di quella famiglia allargata i quali, leggendoli o facendoseli leggere da altri più istruiti, rimanevano tanto affascinati dagli eroi e dalle eroine che popolavano quei romanzi che, forse per scaramanzia o buona fortuna, chiamavano i figli con i nomi dei protagonisti e così si sentivano frequentemente le madri chiamare a squarciagola:
Tancredi! Rinaldo! Erminia! Vegnì dentro che ze pronto da magnare!”

Il mestiere del giardiniere, si sa, è quello di andare nelle ville signorili per curarne i giardini, e così quando Pietro Rinaldo venne chiamato a prestare la sua opera nella villa dei Conti Zenobio, a Santa Bona di Treviso, dopo aver salutato tutti i suoi parenti e caricato su una carretta trainata da un cavallo tutto ciò che aveva di più caro, e cioè la moglie, la figlia, la gatta, i libri e, naturalmente, i suoi preziosi strumenti da lavoro, se ne partì da Biadene.

Al loro arrivo in villa Zenobio vennero accolti solo dai due custodi: da Armellina, che si occupava della casa e dei campi e da un vecchio giardiniere cieco (che morirà un anno dopo e al quale subentrerà Bernardo, uno dei figli di Armellina, che avrà il compito di aiutare Pietro Rinaldo nella cura del vasto giardino).

Il ragazzo, Bernardo, era un accanito lettore di romanzi eroici e ciò non deve far stupire perché in quel paese tutti sapevano leggere grazie ai pazienti insegnamenti del Cappellano il quale, in contraccambio, chiedeva soltanto un po’ di “frutti di stagione” e cioè vino quando si vendemmiava, frutta quando si andava alla raccolta e così via …

Nelle sere d’inverno, come sempre d’uso nelle nostre campagne si faceva filò e cioè ci si riuniva tutti quasi sempre nella stalla per stare più al caldo in quanto si godeva del tepore emanato sia dagli animali che dagli uomini lì assembrati; anche in questo caso alcuni contadini si riunivano, per stare in buona compagnia, non nella stalla ma nella casa di Pietro Rinaldo a mangiar caldarroste accompagnate da un buon bicchiere di vino e a leggere e a rileggere a turno passi dell’Ariosto e del Tasso1; così la piccola Angela, a forza di ascoltarli, li mandava a memoria e a chi le chiedeva di recitarli, dimostrando una precocità e una vivacità di intelligenza straordinarie per la sua giovanissima età, li ripeteva correttamente, sotto gli occhi di un padre orgoglioso che l’amava con tenerezza visto che era l’unica figlia sopravvissuta ai molti fratelli deceduti o nati morti.

Egli spesso conduceva la sua “contadinella” con sé e, amante della natura e del “bello” quale egli era, si soffermava davanti all’una o all’altra pianta spiegando che la loro bellezza era spesso legata alle storie delle antiche divinità greche; poi la conduceva davanti ai bellissimi gruppi marmorei nascosti tra le fronde del giardino o davanti agli affreschi della barchessa raccontando storie di pastori e di ninfe e concludeva il tutto affermando che dove c’erano piante e dei, e ninfe, e pastori, sempre si rappresentava: “Il gran quadro dell’Universo, ossia l’isola di Circe”.

E la piccola intanto, affascinata da questi racconti di favole arcadiche, cresceva in questo favoloso mondo di leggende, di miti e di eroi.

Si era fatta anche un piccolo amico: il secondo figlio di Armellina, tale Domenico (detto Menin), fratello di Bernardo, così rachitico che, come scrisse Angela, “.... camminava col deretano …”; Angela si occupava di lui, lo aiutava nelle sue incertezze e tanta era la sua felicità che quando, quasi per un miracolo, Menin incominciò a camminare, lo portò subito a vedere i gruppi marmorei e gli affreschi della barchessa raccontandogli le favole e i miti che aveva udito da suo padre per condividere anche con lui le sue più profonde emozioni.

Arrivò così anche il momento in cui i suoi genitori decisero di farle frequentare la scuola del paese, ma lei si oppose con tutte le sue forze perchè non avrebbe potuto più né giocare né occuparsi del piccolo Menin.

La scuola era frequentata solo da tre bambine, quattro con Angela, che avevano il compito, oltre che ad imparare l’abici e a fare la calza, di badare ad un nipotino della maestra; era ovvio che Angela, con la sua vivacità sia fisica che intellettuale, non riuscisse a sottostare alle regole e così, anche se a malincuore, la maestra si vide costretta ad allontanarla e lei potè felicemente ritornare ai suoi preferiti giochi assieme al suo Menin; ma i suoi genitori non si dettero per vinti e, scegliendo un mezzo compromesso, ne affidarono l’educazione “scolastica” alla nonna paterna, arrivata da poco nella loro casa, che non faceva altro che leggerle tutte le sere, per quel poco che le riusciva, quakche pasginetta del Guerrin Meschino o dei Reali di Francia2.

E così Angela poté continuare a giocare con il suo piccolo amico.

Fu in questo stesso periodo che suo padre divenne amico di un poeta, il marchese Montanaro Bomben, che si dilettava di letteratura e di Giovanni Pozzobon, anch’egli poeta ed autore tra le altre cose, de “El Schiesón Trevisan”, una specie di lunario simile nostro odierno “Frate indovino”, scritto in forma dialettale; quest’ultimo, affascinato dall’astrologia, parlava volentieri con il giardiniere di pianeti, di comete e delle macchie lunari; storie che poi venivano regolarmente raccontate alla piccola Angela.

Un giorno uno dei fratelli di suo padre, uno zio che non aveva mai conosciuto, morì e siccome era anch’egli giardiniere e prestava servizio nel palazzo Zenobio ai Carmini3 , il conte pensò di trasferire lì Pietro, per un periodo, in sostituzione del fratello .

Angela aveva sette anni quando la famiglia si trasferì a Venezia.

Affascinata da quella strana città, in cui tutto sembrava sorgere e poggiare sull’acqua, chiedeva continuamente al padre di portarla a vedere “ogni cosa” e Pietro non solo la accontentò ma la rese anche partecipe di una festa tra le più importanti: la festa de la Sénsa4; ma quando Angela vide il Doge Paolo Renier gettare l’anello d’oro in acqua per sposare il mare, memore dei racconti arcadici del padre, chiese subito come mai un Doge cristiano potesse sposare la dea Teti che era pagana lasciando il genitore sconcertato per la profondità del suo pensiero e orgoglioso di avere una figlia così perspicace.

La tranquillità del soggiorno veneziano venne interrotta da un periodo molto duro per Angela; in primo luogo perché morì la vecchia gatta di famiglia alla quale la piccola era molto affezionata tanto che volle farla seppellire in giardino e sul suo tumulo il padre, per alleggerirle il dolore, piantò un roseto che dette bellissime rose chiamate per sempre “le rose della gatta” e poi, in secondo luogo, perchè a Venezia scoppiò un’epidemia di vaiolo nella quale morirono moltissimi bambini e che contagiò anche Angela in maniera così virulenta che le vennero le pustole anche negli occhi rendendola cieca per sei giorni e facendo temere seriamente per la sua vita.

Per fortuna guarì ma sua madre fu costretta a tagliare i suoi bellissimi capelli e la sua testina così menomata venne presto ricoperta da un berrettone di velluto che il padre arricchiva ogni giorno con foglie di mirto e di lauro rendendola partecipe, nella sua fantasia, dei miti di Amore e di Febo.

Ma i guai non erano ancora finiti perchè i suoi genitori la iscrissero ad una scuola femminile all’Angelo Raffaele: a questo punto Angela dovette fare buon viso a cattiva sorte, tanto più che nella nuova casa non c’era il suo Menin con cui giocare, e credendo di dover rendere partecipi le sue compagne delle bellissime storie che conosceva, raccontava continuamente in classe di fate e di paladini e di eroi distogliendo l’attenzione delle alunne dalle lezioni della maestra; e questo costrinse anche quella seconda maestra ad allontanarla.

Fu riaffidata alla nonna che ricominciò, con grande fatica, ad insegnarle di nuovo l’abicì.

Ma anche il periodo veneziano però ben presto finì: il Conte Zenobio rivolle il suo giardiniere in Santa Bona; lì Pietro, una volta arrivato, familiarizzò presto con uno dei due camerieri inglesi del conte, amante delle opere di Shakespeare (che non faceva altro che leggerle al giardiniere e che Angela, come sempre, imparava poi a memoria).

Ma Pietro doveva prepararsi ad un’altra trasferta in quanto la sorella del conte, Alba Zenobio Albrizzi, chiese ed ottenne dal fratello che il giardiniere si recasse a servizio nella sua villa sul Terraglio.

Quando vide il vasto giardino della Albrizzi, Pietro se ne innamorò e, chiesta ed avuta carta bianca dalla contessa, volle riformarlo creando il primo nucleo, di “giardino all’italiana”, visitato, ammirato ed imitato poi da tutti i giardinieri

Angela in quel luogo delizioso, trovò una nuova ed insperata felicità fra statue e viali ricoperti di fronde ombrose; e poi c’era anche un piccolo labirinto6 che lei aveva imparato a percorrere e, per una piccola mancia, talvolta vi conduceva gli ospiti della contessa a volte fingendo di non ritrovare la strada; si divertiva allora a guardare gli occhi di quei nobili dilatarsi dalla paura ma poi, dopo aver ben recitato la sua parte, si batteva con una mano la fronte dicendo:”Ah, sì! Si gira di qua!” e quelli applaudendo allo scherzo correvano tutti dietro a lei.

Quando le era possibile si aggirava fra quelle statue e quegli affreschi e la curiosità di sapere tutto ciò che concerneva la scultura e la pittura la spinsero a voler imparare a leggere; ma solo a leggere perché lo scrivere, per le donne della sua condizione, non era contemplato dalla società del tempo, né men che mai per la posizione mentale condizionata dai pregiudizi dell’epoca, di sua madre e di sua nonna.

Il suo primo maestro fu un vecchio falegname che era solito frequentare la sua casa; Angela gli consegnò tutti i suoi soldini, quelli guadagnati facendo da guida nel labirinto, perché le acquistasse qualche libro ma quando, poco tempo dopo, disgraziatamente il falegname morì, lei non si diede per vinta e chiese al figlio del fattore se, finita la scuola, potesse erudirla nella lettura in cambio di racconti di favole. Questi acconsentì e fu proprio fra alcuni dei libri del ragazzo che fu attratta da uno in particolare, adornato di rami allusivi: lo chiese e lo ottenne ma dovette cedere in cambio tutti i suoi pochi libri e raccontare le sue belle favole fino alla nausea.

Arrivata a casa lo aprì religiosamente: era del Metastasio! Quel libro sarebbe diventato la base di tutto il suo futuro sviluppo poetico.

Quando si ammalò di infezione intestinale, dovendo rimanere necessariamente a letto, lesse e rilesse senza interruzione quel libro fino ad impararlo a memoria e poi, durante la lunghissima convalescenza, stanca anche di ascoltare la sua voce che andava ricordando e ripetendo solo le strofe del Metastasio, incominciò a recitare ad alta voce ciò che si accordava con i suoi pensieri: compose così i suoi primi versi!

A quattordici anni, la volontà di mettere i suoi versi “in carta”, la fece decidere: doveva imparare a scrivere a dispetto sia di sua madre che di sua nonna.

Suo padre, da sempre suo alleato, le regalò allora di nascosto, una vecchia tabacchiera che doveva fungere da calamaio; il suo “maestro” una penna e l’inchiostro e così appoggiando ai vetri di una finestra un foglio stampato e coprendolo con un foglio bianco, ne ricalcava le lettere: stava finalmente, anche se con fatica e pazienza, imparando a scrivere!

Un giorno del settembre del 1794, mentre stava guardando distrattamente fuori dal giardino, vide passare (su quella “strada bianca” che anche allora, prima che Napoleone ne facesse una strada militare, era chiamato “Terraglio”) il conte Pepoli7 che guidava un carrozzino trascinato da due cavalli; e subito rimase affascinata dalla sua prestanza tanto che gli volle dedicare un sonetto, ma la cosa, per lei che non sapeva ancora scrivere, non si presentava facile! Così, prendendo dalla sua mente le parole, ne scriveva le lettere una ad una ricalcandole dai libri stampati e il sonetto fu presto pronto: lo fece leggere prima a suo padre che ne fu entusiasta e che portò direttamente la ragazzina e il sonetto al gentiluomo Giovanni Brescia ospite nella villa; questi l’ascoltò e, anche se non del tutto convinto, promise di recapitare il sonetto al conte Pepoli e, preso il foglio, se lo mise in tasca, ma dimenticò poi di farlo.

Poco tempo dopo il Brescia era in compagnia di Francesco Bragadin8 e, conversando con lui, sovrapensiero tirò fuori dalla tasca il foglio, lo spiegò per dargli fuoco per accendere la sua pipa quando il Bragadin gli domandò cosa fosse quella carta scritta e il Brescia, alzando le spalle, rispose che era un sonetto della figlia del giardiniere, un sonetto dedicato al conte Pepoli; incuriosito, il Bragadin, offrendo il proprio accendisigari al Brescia, chiese di poterlo consegnare lui; e si recò dal Pepoli che lo lesse, gli piacque e rispose per scritto ad Angela lodando i suoi versi.

Sembra che sia stato proprio grazie a quell’apprezzamento che Angela, sentendosi allora veramente “poetessa”, decise di scegliersi uno pseudonimo arcadico e optò per il nome di una delle tre Grazie: Aglaia9 Anassilide (ricalcando in qualche modo quello che aveva già fatto Gaspara Stampa nel Cinquecento, che aveva ricavato il suo nome arcadico dal nome latino della Piave, detta Anaxus, chiamandosi Anassilla).

Gli esercizi continui di scrittura cominciarono a dare buoni frutti tanto che, quando vide per la prima volta la contessa Isabella Teotochi10, ora Albrizzi, passeggiare nel giardino assieme a molti personaggi eruditi, volle comporre un epigramma in suo onore, che le offrì graziosamente accompagnandolo con un fiore; Isabella gradì il dono e le regalò, in cambio, alcune canzoni del Savioli11 inviandole più tardi, da Venezia dov’ella abitava, le rare traduzioni dell’Eneide del Caro e le Metamorfosi di Ovidio che riuscirono molto utili ad Angela per i nuovi sonetti

In quel periodo sua madre diede alla luce una bambina, sana, con grande gioia di tutta la famiglia e soprattutto di Angela perché così si sentì meno controllata e poté dar libero sfogo alla lettura e soprattutto alla sua amata scrittura.

Il tempo di Pietro Rinaldi dagli Albrizzi era intanto giunto al suo termine ed egli passò così al servizio del Conte Spineda12 di Breda, cittadina vicina ad Oderzo di Treviso.

Il conte Spineda era uomo di salute malferma che passava quasi tutto il suo tempo nella villa tra i cavalli e i contadini (che diceva di amare più del ceto al quale apparteneva) ed a volte si recava anche alla barchessa, dove abitavano Angela e la sua famiglia, e passava qualche ora piacevole leggendo alla “pastorella del Sile” (così era allora chiamata) l’Asino d’Oro di Apuleio.

Né Angela mancava, ed anzi partecipava attivamente alle piccole riunioni che si tenevano nelle sere d’inverno, così come in tutte le altre ville: i contadini e i cacciatori si riunivano nella barchessa e Angela spesso intratteneva gli ospiti leggendo qualche pezzo delle commedie del Goldoni o di qualche tragedia dell’Alfieri, spiegando e commentando.

Ed è gustoso l’aneddoto che Angela stessa racconta a proposito di due contadini che erano assidui frequentatori di quelle serate:

…”stendevano il frumento nel cortile … per dover poi ben secco consegnarlo al granaio. Stanchi di abbrustolirsi al sole ardentissimo e, vedendo che il fattore non trovava mai abbastanza secco il frumento uno dei due esclamò: “Oh rabbia! E tacer deggio?” A cui rispose subito l’altro: “Mura di reggia son, testa di c …!” (parodia dall’Oreste del verso alfieriano Mura di reggia son; sommesso parla!, intendendo: c’è il fattore vicino, testa di c…, vuoi farci licenziare tutti?).

La contessa Spineda, di natali non nobili, era una donna colta, sensibile ed intelligente e si era affezionata ad Angela perché la trovava “particolare”, “diversa” da tutti i suoi dipendenti; ella la portava spesso con sé in carrozza e, per affinarne la sensibilità, anche a teatro, e non mancava occasione che non la presentasse ai suoi colti ospiti presentandola come la sua “Saffo giardiniera”.

Bisogna dire che forse tutte queste attenzioni da parte sia di Isabella Teotochi Albrizzi che della contessa Spineda, erano incentrate forse solo sulla curiosità che Angela destava vista la sua origine contadina e forse il fatto di “esibirla” nei salotti facendole declamare i suoi versi davano lustro al loro mecenatismo, sempre attente però a non farle oltrapassare quella linea invalicabile che era costituita dalla differenza di ceto sociale.

Comunque Angela viveva quei momenti come una sua gloria personale e tanto le bastava, prendendosi anche delle licenze che non erano proprie di una subalterna ma che le erano perdonate con magnanimità da quel pulpito giudicante e che, magari, soddisfacevano anche a qualche piccola vendetta soprattutto quando erano indirizzate a qualche letterato di fama; come quando, nel 1806, la contessa Spineda volle presentarla ad uno dei suoi ospiti più illustri: Ugo Foscolo.

Angela era emozionatissima ma quando lo vide … ecco la sua descrizione che soddisfece molto il nostro N. Tommaseo, sempre in diatriba col Foscolo:

“…il suo vestito di panno grigio oscuro, senza alcun segno di moda, i suoi capegli rossi radati come quelli d’uno schiavo, il suo viso rubicondo tinto non so se dal sole oppur dalla natura, li suoi vivacissimi occhi azzurri seminascosti sotto le sue lunghe palpebre, le sue labbra grosse come quelle d’un etiope, la sua sonora ed ululante voce, mel dipinsero a prima vista per tutt’altro che elegante poeta.”

E quando, invitata da lui, recitò un idillio pastorale, egli l’applaudì “… avvicinandosi a me più che non permettea la decenza della vita civile”.

Un Foscolo quindi descritto in maniera irriverente, quasi un libertino (cosa che molti peraltro sostenevano) ma che quando comincia a declamare i suoi versi, Angela cade in estasi … “… egli sembrava un genio celeste che rendesse omaggio alle divinità della terra ...”

Intanto il tempo passava e Aglaia continuava a scrivere proponendo i suoi versi alle persone che aveva occasione di conoscere: a Melchiorre Cesarotti13 piacquero tanto che li fece pubblicare a sue spese; a Bernardo Memmo, l’ormai settantenne senatore veneto, che li apprezzò e che, per ringraziarla, la baciò sulla fronte; a Giustina Renier Michiel14 che la presentò al generale napoleonico Miollis (il quale la battezzò “giardiniera del Parnaso”); ed infine al generale Sebastiani, il quale ne fu tanto favorevolmente colpito che tolse dalle mani della contessa Spineda un suo ventaglio e lo regalò ad Aglaia.

Insomma, qualche piccola soddisfazione, anche se locale e limitata, cominciava ad arrivare!

Angela comunque, quasi trentenne ma sempre molto attaccata alla sua famiglia, continuò a seguire il padre nei suoi spostamenti e nel 1810 fu presentata al signor Carrari, vecchio amico del Cesarotti ormai defunto: questi la invitò in una piccola Accademia di poeti, a Bovolenta, per recitare alcuni dei suoi versi. Fu lì che venne incoronata di alloro come “poetessa” con sua somma gioia, unica donna, nonostante il parere contrario del Podestà che non poteva concepire che una donna entrasse in un’Accademia.

Questa volta incominciarono ad arrivare anche i riconoscimenti ufficiali ed Angela ne fu assai contenta.

Ma, ed in queste storie c’è sempre un “ma” che rompe le uova nel paniere, la nostra poetessa conobbe in questo periodo un giovane cocchiere mantovano che, pur digiuno di poesia, amava ascoltare i suoi versi; quest’ultimo cominciò a frequentarne la casa ed il padre, accortosi del sentimento che il giovane provava nei confronti di sua figlia, glielo propose come marito: “…lo credo degno di te … e diventando sua moglie tu potrai leggere e scrivere a piacere … il matrimonio non è che un terno al lotto; chi vince e chi perde; il tutto sta in mano alla fortuna”.

Forse ad Angela crollarono addosso tutti i suoi sogni di gloria futura ma, visto che non era più giovanissima, se ne fece convinta dicendosi che comunque sarebbe andata a vivere a Mantova “nella patria di Virgilio” e pur rispettando i suoi doveri casalinghi di moglie, continuò a scrivere.

In questo periodo conobbe anche il giovane letterato Luigi Carrer15 che la aiutò nella pubblicazione di altri suoi versi e il giovane Vittor Benzon, figlio di Marina Benzon, la famosa biondina in gondoléta, che quando pubblicò il suo poemetto romantico “Nella” gliene fece dono; e Angela, commossa, gli dedicò in contraccambio alcuni dei suoi versi.

Agli occhi dei più, la vita di Aglaia Anassilide sembrava precipitata dal sogno alla banalità del quotidiano tanto che Mario Pieri, il letterato corcirese, che la conobbe in quel periodo e dopo che ella ebbe pubblicato il suo volumetto “Rime”, nella sua autobiografia “Della vita di Mario Pieri corcirese, scritta da lui medesimo” descrisse il marito di Aglaia come “uno che la spingeva ad andare, con molte ristampe del suo volumetto sottobraccio, per le case dei nobili per poterle vendere e tirar su un po’ di soldi” e descrisse lei come una donna “ormai costretta a scrivere per commissione in occasioni di feste o di lauree”.

Alla pastorella del Sile non rimasero allora altro che i suoi sogni: dal rango di poetessa arcadica dovette adattarsi ad una quotidianità banale che accettò e sostenne comunque sempre con grande orgoglio e dignità.

Si può concludere la storia della sua vita con le sue stesse parole, parole che dovrebbero essere d’esempio a tutti:

“…io vivo bastamente felice, avvezzandomi sempre più alla instabilità della sorte, che non lascia di avvolgermi alternativamente in un vortice di noia, di speranza, di disastri e di consolazioni, non cangiando però mai il mio umore ridente, che mi fa ricordare spesso uno dei miei pochi sonetti ch’io scrissi sul mio ritratto in cui dico:

Che per i Vati il dì è sempre sereno.

Aglaia Anassilide morì a Padova l’8 ottobre 1847.


1 L’usanza del cantare a memoria i versi dei poemi celebri, in paricolare della “Gerusalemme liberata”, era ampiamente diffusa in tutto il Veneto non solo nei filò delle campagne ma anche e soprattutto fra i barcaioli dei fiumi principali: essi , trainando i barconi da carico, erano soliti ripeterne a canto alterno le varie strofe in sequenza; e la tenzone durava fino a quando una delle due squadre non sbagliava o dimenticava la strofa seguente; in questo caso ghe tocava pagar da béver alla prima osteria di transito.

2 Ricordiamo che A. Manzoni, nel suo “I promessi sposi”, ci offre un esempio dei libri più diffusi nelle piccole biblioteche di casa; in quella del sarto che ebbe l’onore di ricevere il Cardinale Federico Borromeo si annoverano, fra i pochi, anche Il Guerrin Meschino ed il celeberrimo I Reali di Francia.

3 Ceduto poi agli Armeni, oggi il palazzo è titolato a Moorat Raphael (Angelo Raffaele, il nome della antica contrada in si trova).

4 La festa del giorno dell’Ascensione.

Una breve storia: si vuole che alle Idi di Maggio del 1177 Papa Alessandro III Bandinelli, grato ai Veneziani per l’appoggio ricevuto nella guerra contro il Barbarossa, abbia concesso indulgenza piena a tutti coloro che avessero visitato la cappella dogale di San Marco dalla sera della vigilia a tutto il giorno dell’Ascensione e al Doge Sebastiano Ziani ed alla città un anello d’oro, simbolo di dominio sui mari; e poiché gran popolo accorreva da ogni dove, il successivo Doge Orio Malipiero, per maggiormente incrementare i già notevoli guadagni che affluivano nelle casse dello Stato, stabilì anche che in quei giorni si svolgesse “una fiera franca per otto giorni” (che fu poi prolungata a quindici).

Ebbe così inizio quella festa, destinata a divenire e a durar nei secoli famosa per la ricchezza delle merci e per la grande affluenza di mercanti forestieri, detta ancor oggi, della Sénsa.

Né si dimenticarono i Veneziani di quell’anello che fu donato dallo stesso Papa Alessandro III allo Ziani istituendo fin da allora quello “sposalizio del mare” che durò ininterrotto per ben sei secoli.

Fu, agli inizi, festa semplice e popolare: colazione di castagne e vino rosso per il Vescovo di Olivolo (Castello); un omaggio di rose damaschine da quest’ultimo al Doge ed un pasto di pane e fave fresche offerto ai rematori del Bucintoro.

Il Bucintoro, con il Doge a bordo ed il Vescovo a rimorchio di poppa, usciva dal porto di Lio fra una doppia schiera di navigli ancorati fra loro e grandissimo seguito di gondole e barche addobbate; appena in mare aveva luogo la solenne cerimonia; mentre i musici di cappella intonavano inni sacri, il Vescovo benediceva il mare ed il Doge vi lasciava cader l’anello (simbolo di quello già dato dal Papa) a conferma del dominio maritale instaurato e perpetuo di Venezia sul mare.

Il Bucintoro tornava poi fin alla Chiesa di San Nicolò di Lio dove si cantava Messa solenne e poi a Palazzo dogale per un pubblico banchetto.

Nota: lo sposalizio del mare riecheggia probabilmente un antico rito pagano, assorbito poi dal Cristianesimo e mutato in festa cristiana.

6 Il termine “labirinto” deriva da alcune antichissime rovine di costruzioni architettoniche cretesi assai intricate da percorrersi e tali da rendere difficile l’orientamento a chi vi fosse entrato e ne volesse uscire (il primo ed il più conosciuto è quello che Dedalo avrebbe costruito per il Minotauro in Creta; tanto ingegnoso, questo labirinto, che l’eroe Teseo, dopo aver ucciso il Minotauro e liberati i fanciulli ateniesi, ebbe bisogno, per orientarsi nell’uscita, dell’aiuto di Arianna col suo filo).

Il vocabolo “labirinto” trova origine e spiegazione nel preellenico-cario labris, doppia ascia, della quale molti esemplari furono ritrovati fra le rovine del Palazzo di Cnosso dagli antichi Greci che erroneamente stimarono quelle rovine un “labirinto” e ne eternarono il nome.

Famosi labirinti, nella accezione odierna del termine, furono nell’antichità quelli del faraone Amenemhet III e della tomba del Lucumone Porsenna in Etruria.

Oggi, per labirinto, si intende generalmente una situazione complicata, un affare imbrogliato; e, nel nostro caso specifico, un intrico di viali geometricamente organizzati e fiancheggiati da alte siepi o da muriccioli che volutamente ne rendano difficoltoso l’orientamento e quindi l’uscita.

Nel nostro Veneto, in vicinanza di Padova, ne esistono due di veramente stupendi: quello di Villa Pisani a Stra e quello del giardino Barbarigo di Valsanzibio a Galzignano Terme.

7 Il conte Carlo Pepoli, nato a Bologna nel 1796, fu poeta, filosofo e politico (implicato nei moti mazziniani del 1830-’31 fu costretto in esilio a Parigi ove, come librettista; compose i “Puritani”, opera musicata poi da Vincenzo Bellini); fu anche amico di Giacomo Leopardi (che gli dedicò “l’Epistola al Conte Carlo Pepoli”); rientrato in seguito in Italia coprì varie cariche politiche e fu nominato Senatore del Regno nel 1862.

8 Appartenente, con la Giustinian, la Bembo e la Correr, alle quattro famiglie apostoliche di Venezia: la Bragadin diede i natali, fra i molti generali e Vescovi, anche a quel famoso Marcantonio, comandante difensore di Famagosta  che trovò crudelissima ed eroica morte da parte di Mustafa Pascià (e i cui miseri resti riposano ora in un vaso marmoreo posto nella navata destra della basilica di San Giovanni e Paolo).

9 Secondo Esiodo le Grazie Cariti erano: Aglaia (lo Splendore), Eufrosine (la Gioia) e Talìa (la Prosperità).

10 Isabella nacque a Corfù nel 1760 e morì a Venezia nel 1836.

Dalla famiglia, nobile ma non ricca, ricevette comunque una buona educazione. Si trasferì a Venezia dopo il matrimonio con Carlo A. Marin e nella sua casa aprì un salotto letterario frequentato da numerosi ed illustri artisti.

Si risposò con Giuseppe Albrizzi, nobile veneziano con il quale si trasferì nella sua nuova villa (Villa Franchetti) a Preganziol (TV) aprendo un nuovo salotto letterario.

Pubblicò i “Ritratti” in cui descrive i vari personaggi che conobbe, suoi assidui frequentatori

11 Ludovico Savioli, poeta e storico.

12 Questa famiglia veneziana trasse il proprio nome, Spineda de’ Cattaneis, dalla località sulla quale alcuni sui componenti ebbero giurisdizione nel medievo: Spinèa

Il conte Giacomo Spineda, democratico e liberista, apparteneva al ramo Breda.

13 Nacque a Padova nel 1730, e ivi morì nel 1808: fu un importante scrittore e poeta.

14 Nacque a Venezia nel 1755 e ivi morì nel 1832.

Donna colta, letterata, che amava in particolare, oltre alla letteratura italiana e straniera, le materie scientifiche. Fu la prima in Italia a tradurre alcune opere di Shakespeare.

Ella aveva un salotto letterario in cui si incontravano alcuni giovani liberali, tra i quali Daniele Manin, che si mescolavano con i suoi altri ospiti nostalgici della Serenissima.

Scrisse “L’origine delle feste veneziane” (1817-1827) in cui, attraverso una rivisitazione storica traspare lo spirito di indipendenza dal giogo austriaco; gli austriaci, in risposta, sottoposero i suoi scritti a censura e disconobbero la sua attività letteraria e scientifica.

Quando morì, sulla “Gazzetta Privilegiata” così si poteva leggere: “Un cuore angelico cessò di battere, un sublime intelletto cessò di pensare. Siano concesse le parole del dolore a me ch’ella mostrò di amare, a malgrado la differenza grande dell’età e quella ancor maggiore dell’ingegno. Molta era la dottrina della Renier; acuto, grazioso, profondo lo spirito; esatto il ragionare; forte ed insieme delicato il sentire; vivace l’immaginare; franco, ameno e caldo lo stile. A tante doti d’ingegno Ella aggiungeva doti ancora maggiori di cuore. Affettuosa, indulgente, benificientissima, godeva dell’altrui felicità come della propria. .. Amò svisceratamente Venezia e a difenderla dalle calunnie e renderla agli altri cara e veneranda, consacrò quasi tutti i suoi scritti”.

L’articolo è firmato D.M. ( che si tratti forse Daniele Manin?)

15 Luigi Carrer nacque a Venezia il 12 febbraio 1801 e morì il 23 dicembre 1850. Si laureò in giurisprudenza a Padova nel 1822.

Egli è da considerarsi la personalità di livello culturale più elevato a Venezia della prima metà del secolo per la varietà e la vastità dei suoi interventi negli ambiti più diversi dal teatro al giornalismo, dall’editoria alla critica letteraria, dalla filologia alla poesia.

Le nuove idee romantiche, che faticarono notevolmente a penetrare e ad affermarsi a Venezia e nel Veneto, trovarono eccezione in Luigi Carrer, che le recepì e diffuse.

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